Italia-Nuova Zelanda 1-1
L'Italia è un romanzo brutto. Speriamo che almeno il finale sia dignitoso
Quando Cannavaro s’inventa uno degli interventi meno commentabili della storia recente della difesa calcistica, si capisce che l’Italia è in campo è la caricatura di se stessa, una squadra in grado di far paura alla Nuova Zelanda con qualche tiro da fuori, un palo e poco altro. Il resto è parte del grande romanzo dell’Italia di Lippi del dopo Germania.
10 AGO 20

Quando Cannavaro s’inventa uno degli interventi meno commentabili della storia recente della difesa calcistica, si capisce che l’Italia è in campo è la caricatura di se stessa, una squadra in grado di far paura alla Nuova Zelanda con qualche tiro da fuori, un palo e poco altro. Il resto è parte del grande romanzo dell’Italia di Lippi del dopo Germania, un romanzo brutto che ha ancora coltiva qualche misera speranza di una fine almeno dignitosa, visto che l’happy ending è cosa dura da credere.
Dopo il solito modulo con l’unica punta – Gilardino, l’unico attaccante che rimane a ciuffo asciutto anche sotto la pioggia – Lippi torna al più ragionevole 4-4-2 con Iaquinta che dovrebbe essere finalmente a suo agio nel ruolo naturale. Invece a suo agio non sembra, come nessun altro in quest’Italia che in campo non c’è, e se c’è non si vede. Gli azzurri partono piano – e la cosa potrebbe essere anche tollerabile – e finiscono piano, il che preoccupa di più.
E non è soltanto il problema di Montolivo che non detta i tempi, De Rossi che sbaglia una quantità di appoggi da far rabbrividire un Gattuso, Marchisio che non è mai nell’azione, Pepe che non dà quella carica vista nella mediocrità generalizzata della prima partita; in campo non c’è traccia di grinta e cuore, nessuna lucidità e il benché minimo indizio di quella cosa indefinibile che rende undici giocatori una squadra. Magari una squadra che ha una coppa da difendere. Nulla di tutto questo si vede fra i titolari e chi entra invece di ribaltare l’inerzia, imbolsisce ancora di più il gioco. Di Natale sbaglia cose che non sbagliava dai tempi delle scuole medie; Camoranesi è quello a cui ci siamo abituati in tempi recenti; Pazzini sgomita nella difesa neozelandese, ma non c’è molto da fare.
Giustificarsi con l’argomento che il gol di Smeltz è in fuorigioco è come sputare sul rigore gentilmente concesso per il fallo su De Rossi e realizzato da Iaquinta. La morale è che la squadra dell’oratorio della Nuova Zelanda ruba poco, ci mette della sostanza e verso la fine arriva a tanto così da fare il colpaccio. Certo, non è mica il Pizzighettone – direbbe De Rossi – però i campioni del mondo dovrebbero far passare agli ragazzi neozelandesi novanta minuti così brutti da convincerli tutti a darsi al rugby.
Dopo il solito modulo con l’unica punta – Gilardino, l’unico attaccante che rimane a ciuffo asciutto anche sotto la pioggia – Lippi torna al più ragionevole 4-4-2 con Iaquinta che dovrebbe essere finalmente a suo agio nel ruolo naturale. Invece a suo agio non sembra, come nessun altro in quest’Italia che in campo non c’è, e se c’è non si vede. Gli azzurri partono piano – e la cosa potrebbe essere anche tollerabile – e finiscono piano, il che preoccupa di più.
E non è soltanto il problema di Montolivo che non detta i tempi, De Rossi che sbaglia una quantità di appoggi da far rabbrividire un Gattuso, Marchisio che non è mai nell’azione, Pepe che non dà quella carica vista nella mediocrità generalizzata della prima partita; in campo non c’è traccia di grinta e cuore, nessuna lucidità e il benché minimo indizio di quella cosa indefinibile che rende undici giocatori una squadra. Magari una squadra che ha una coppa da difendere. Nulla di tutto questo si vede fra i titolari e chi entra invece di ribaltare l’inerzia, imbolsisce ancora di più il gioco. Di Natale sbaglia cose che non sbagliava dai tempi delle scuole medie; Camoranesi è quello a cui ci siamo abituati in tempi recenti; Pazzini sgomita nella difesa neozelandese, ma non c’è molto da fare.
Giustificarsi con l’argomento che il gol di Smeltz è in fuorigioco è come sputare sul rigore gentilmente concesso per il fallo su De Rossi e realizzato da Iaquinta. La morale è che la squadra dell’oratorio della Nuova Zelanda ruba poco, ci mette della sostanza e verso la fine arriva a tanto così da fare il colpaccio. Certo, non è mica il Pizzighettone – direbbe De Rossi – però i campioni del mondo dovrebbero far passare agli ragazzi neozelandesi novanta minuti così brutti da convincerli tutti a darsi al rugby.